American History X

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Sulla scia del post Bernardo e l’angelo nero (29.12.11), il film che voglio raccontarvi oggi si intitola American History X, del regista Tony Kaye (1998) e con protagonista Edward Norton. Il film racconta sostanzialmente le vicende di due fratelli, Dereck (Norton) e Danny (Edward Furlong), intrecciate tra loro non solo a causa di vicende familiari, quanto per la ‘passione’ col quale Dereck sembra essere vicino al mondo neonazista. Il film inizia con una sorta di prologo che ci spiega quale vicenda ha portato in carcere Dereck: durante un tentativo di rapina, sventa il furto e uccide una persona di colore. Danny assiste a tutta la scena e da questa vicenda sembra essere particolarmente influenzato. Tramite continui salti temporali, troviamo Danny alle prese col preside della sua scuola. L’uomo (tra l’altro di colore) lo convoca perchè Danny, per un compito, ha scritto una tesina sul Mein Kampf, il libro nel quale Adolf Hitler espose le sue deliranti idee politiche e sociali. Il preside gli da come compito quello di scrivere una American History x che tratti della storia del fratello e di quello che la sua vicenda ha provocato nella sua famiglia. Grazie a questo pretesto narrativo verremo pian piano a sapere la più complessa vicenda della famiglia e le vicissitudini che hanno portato a questo avvicinamento all’ideologia nazista.

Come già accennato il film ha una sequenza temporale particolare e la vicenda si articola tramite diversi flashback. Attraverso la storia della famiglia iniziamo a capire cosa ha portato Dereck ad avvicinarsi a questo tipo di posizioni. Un incidente (è difficile raccontare una trama senza svelare troppo e levare a voi il gusto di vedere il film!) provoca in lui un rifiuto per tutti i diversi, coloro che provengono da altri paesi e che non meritano di stare nel suo. Possiamo solo notare come, nel momento in cui le nostre certezze sembrano vacillare, abbiamo bisogno di un capro espiatorio, qualcuno che paghi in un solo colpo quello che si percepisce come ingiusto, vano, orribile. Qualunque cosa, nel dolore, sembra essere un’ancora di salvezza. Anche la più bieca ideologia diventa allora un porto sicuro. Dereck finisce in carcere, dove esce dopo tre anni. In uno degli spostamenti temporali abbiamo la possibilità di vedere quanto sia cambiato in carcere, quanto sia ormai lontano da posizioni con cui prima sembrava identificarsi molto di più. All’esterno del carcere, invece, le posizioni sembrano essere rimaste le medesime. Tanto lui è cambiato quanto gli altri sembrano non essere in grado di mutare, di accettare l’evoluzione, di pensare al cambiamento. Sembrano essere rimasti gli stessi di prima. Altra riflessione: tanto più le persone si sentono in difficoltà con la mutevolezza della realtà, tanto più si consegnano ad ideologie assolutistiche, rigide, insindacabili. L’ideologia neonazista è una di queste. Questo, secondo me, è uno dei temi portanti del film. L’identità. Non solo la nostra identità rispetto agli altri (chi è diverso? rispetto a cosa?) quanto la nostra identità con le persone che ci stanno vicino (familiari e amici) e con noi stessi. Quanto gli altri possono accettare il cambiamento in noi? Quanto possono riconoscercelo e averci a che fare? In questo film tutti sembrano avere a che fare più con immagini stereotipate, statiche, piuttosto che con persone reali. E allora fare accettare la nostra nuova immagine agli altri, il nostro nuovo noi, deve passare necessariamente per strappi, atti di forza. Una delle scene emblema è quella nella quale Dereck litiga con la fidanzata. Fuori di sé dalla rabbia ad un certo punto lei gli grida: ‘questo non sei tu’. Proprio questa incapacità di essere consapevoli della possibilità che una persona ha di cambiare rende il film simbolico. Qual è il vero Dereck? Il neonazista o l’altro? Scindere ci aiuta? O è forse una semplificazione? Dereck è il nazista ed è il Dereck nuovo. Uno non esclude l’altro. Uno ci aiuta a capire meglio il percorso dell’altro. E comprendiamo, allora, i movimenti avvenuti in carcere, gli avvicinamenti alle persone con le quali deve per forza di cose interagire. E allora che la conoscenza permette di superare il facile pregiudizio dietro cui ci si trincera. La conoscenza permette l’accettazione, l’integrazione. Solo con l’accettazione (dell’altro e dei propri dolori) si può fare i conti con la realtà nella quale ci troviamo, accettazione che fa dire a Dereck: ‘all’epoca ce l’avevo con tutti, adesso sono stanco di essere incazzato’.
Altra riflessione: quanto peso hanno, nelle nostre decisioni, le influenze dell’ambiente familiare? Dereck si rende conto del peso che sta avendo sul fratello minore e lo esorta a non seguire le sue orme per compiacerlo. Ha un ‘ottima consapevolezza di quello che sta avvenendo, ha gli strumenti per capire che è una strada che non lascia molti margini di manovra. Questo passaggio avviene non solo tra fratelli ma anche tra padre e figlio maggiore. Anche Dereck, scopriamo, aveva solo questo modo di avvicinarsi al padre, lo mantiene e lo coltiva allo stesso modo in cui fa il fratello quando Dereck è in carcere. Se però Danny è fortunato nel poter essere disinnescato da Dereck, quest’ultimo non ha avuto la stessa fortuna e diventa in qualche modo portatore di una visione non sua. Quanto dobbiamo stare attenti ai messaggi che possiamo passare ai nostri figli?

Il film tratta una tematica che molti di noi possono sentire impattante. Molte figure del film sono a dir poco disturbanti, con idee basate più sul preconcetto che su dati di realtà. Persone che ripetono stereotipi che immaginavamo potessero appartenere ad un passato che non ci rappresentava più. E che, invece, sono come un fiume carsico: a volte sembriamo non vederlo ma, sotto la superficie, continua a scorrere. Un film duro sul razzismo, sulle differenze, sulla nostra capacità di tollerarle nell’altro. Sulla nostra realtà. Dove, forse, non basta coprire una svastica con la mano per cancellare. Ma dove forse è vero che la violenza genera violenza. Ed è anche vero che imprigionarci nell’odio ci fa vivere in una gabbia dalla quale è molto difficile evadere.

A presto…
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Ancora sulla psichiatria…

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hhhhhhhhhhhhhhhhhHo già accennato al movimento psichiatrico e a quello anti-psichiatrico  (cfr. Il manifesto del delirio pubblicato il 20.11.11). In quell’articolo riportavo un passo del testo Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia di Carl Whitaker. Sempre nel post, si parlava dell’esistenza di due grandi ’scuole’ di pensiero: da una parte coloro che ritengono la malattia mentale la semplice disfunzione di un sistema e che, perciò, non avrebbe nessun significato ma andrebbe solo ‘corretta’, dall’altro coloro che ritengono che ogni malattia mentale assuma un significato, un senso per la persona che quella malattia stessa manifesta. Il primo approccio è l’approccio ‘psichiatrico’, per cui la cura dello scompenso è legata all’assunzione di una sostanza con capacità terapeutiche. Il secondo approccio è legato alla cosiddetta anti-psichiatria e fa riferimento all’opposizione per metodi di cure che prevedano l’uso massivo di farmaci o l’internamento del paziente in strutture cosiddette ‘istituzioni totali’ sottoposti a cure coatte (come poteva avvenire negli istituti psichiatrici).

Come accennato, in realtà, a ben pensarci, questo secondo tipo di approccio è molto più rivoluzionario di quanto considerato fino a questo punto. Infatti, nel primo caso, il focus dell’attenzione è legato al portatore della malattia mentale che si trova così, solo, di fronte ai suoi deficit, alle sue mancanze, che vanno corrette. Dall’altra, c’è tutto un movimento ‘sociale’ che cerca di strappare il primato della malattia mentale dal singolo per ricollocarlo nella giusta dimensione: la dimensione sociale, appunto. La dimensione di sistema. Allora, e il capovolgimento di prospettiva è totale, non è il singolo ad avere una malattia da curare, quanto il portavoce di un sistema di relazioni che non funzionano. Dovremmo, dunque parlare di relazioni patologiche. Non più persone. Ma se il focus della malattia non è più sul singolo, giocoforza non è più il singolo da curare, ma il sistema intero nella quale il singolo si trova.

Questo approccio sociale, è stato fondamentale nel cambiare poi gli interventi che si volevano attuare nella comprensione del disagio mentale. Non aveva senso isolare una persona malata, in una istituzione totale (un’istituzione cioè, che sovraintendeva a qualsiasi aspetto della vita pratica di un individuo come potevano essere i manicomi), ‘curarla’ e contenerla, perchè nessuna cura poteva prescindere dalla considerazione del contesto più vasto nella quale quella persona stessa era cresciuta.

Che senso avevano, in questa nuova prospettiva, gli istituti psichiatrici?

Nessuno. Basaglia stesso in proposito diceva: Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale (…); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo. (Franco Basaglia, La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione, 1964).

Parole che, a distanza di quasi 50 anni, fanno decisamente ancora riflettere.

A presto…

Fabrizio

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Terza età? Nuova chance…

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Terza età: nuova chance?Il post odierno riguarda un articolo comparso su Repubblica a firma di Mariapaola Salmi. Riporta i risultati del IV Rapporto Auser-Filo d’argento. Auser e Filo d’argento sono due realtà che si occupano di dare voce alla cosiddetta terza età. Stando ai risultati di questo rapporto, gli anziani si sentirebbero sempre più soli e abbandonati a se stessi. Questo sentimento sarebbe più forte nelle regioni del Nord Italia laddove sarebbe più carente il ruolo familiare che gli anziani potrebbero giocare. Invece al Centro e al Sud questo ruolo sarebbe ancora uno dei fattori che fanno sentire attive le persone anziane. Altro dato che colpisce è la netta maggioranza di donne che si rivolge a questo tipo di servizi (70% circa). Questo sembra testimoniare una maggiore propensione delle donne ad ascoltare e cercare di risolvere i loro disagi rispetto agli uomini, da sempre abituati a mettere in secondo piano le loro emozioni. Comunque quello che più colpisce è una domanda che mira a ridefinire, lontano dagli stereotipi che spesso circondano la terza età, un ruolo più attivo all’interno della società, legato non solo a quelli che sono i servizi di assistenza ma a funzioni più partecipative che “includono l’integrazione, l’aggregazione, il divertimento, il contatto diretto con l’ambiente in cui vivono”.

Questo notizie lasciano sempre l’amaro in bocca. Mi sembra sempre che un enorme serbatoio di potenzialità, di esperienze, di capacità venga lasciato li, in disparte, non cogliendone il reale valore. Anche se è vero che alcuni segnali positivi iniziano a scorgersi (come, per esempio, i nonni vigile a Cagliari o le persone che sorvegliano il verde pubblico!), il panorama generale rimane abbastanza carente. Se conoscete altre iniziative di questo tipo segnalatemelo pure tramite i commenti oppure con una mail privata!

Per il momento il link:

http://www.repubblica.it/salute/2011/07/12/news/anziani_d_italia_sempre_pi_soli-19019067/

A presto…

Fabrizio

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Bianca come il latte, rossa come il sangue

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Il post di oggi è dedicato ad un libro che mi ha colpito molto. Si intitola Bianca come il latte, rossa come il sangue è stato scritto da Alessandro D’Avenia (2010). Il libro narra la storia di Leo un sedicenne come tanti altri calato nella tipica realtà di un sedicenne di oggi: lo sport, le amicizie, i primi amori, la scuola. Leo, come apprendiamo fin dall’inizio del libro, ha una idiosincrasia per alcuni colori e ne ama altri: odia il bianco che per lui significa l’assenza e la perdita e ama invece il rosso che per lui ha come valenza quella legata alla vita, alla passione. E  rossi sono i capelli della persona che suscita la sua passione: Beatrice. Beatrice viene conosciuta e avvicinata tramite l’amica Silvia, che costituisce un porto sereno nella vita di Leo e che appunto fa da tramite tra i due. Silvia è innamorata di Leo, in un gioco di intrecci e rimandi amorosi per cui spesso ci si innamora delle persone più lontane e non ci si accorge di quelle persone che sono a noi più vicine. Beatrice viene conosciuta con lentezza e rispetto e molte delle cose che la caratterizzano sembrano per lo meno strane. Solo con la frequenza Leo si accorge del fatto che sia malata: questa consapevolezza rende il loro rapporto splendidamente tenero, vivo e vero e permette loro di conoscersi e di fidarsi l’uno dell’altro. Tanto Beatrice quanto Leo iniziano ad imparare delle cose l’uno dell’altra, ma è la malattia di Beatrice che sembra dettare i tempi della loro conoscenza. In questo, Leo soprattutto, inizia ad cambiare percezione della vita, passando da una sequela di avvenimenti poco coinvolgenti emotivamente, nel quale l’unica cosa che sembra dare piacere è pensare a come infastidire il nuovo professore di filosofia, ad una percezione basata sul confronto con l’altro, i suoi tempi, e le sue prerogative. Questo passaggio è molto coinvolgente e porta ad una ristrutturazione della vita stessa di Leo e delle sue priorità. Questo è uno dei momenti più importanti nel libro, secondo me, e porta ad affrontare un tema di solito tabù per questo tipo di libri: la morte. La morte non è più solo la fine di tutto, diventa un passaggio tramite il quale maturare, potersi specchiare nelle proprie paure e poter in qualche modo riuscire a ricavare una forza o una nuova prospettiva in grado di cambiare la percezione della vita stessa. Leo in questa fase di passaggio sembra apparentemente solo rispetto a quello che gli sta capitando. Lo è nel momento in cui, solo, è obbligato a confrontarsi con se stesso, con i suoi timori soprattutto quella della perdita e con la morte, non solo quella fisica ma soprattutto quella simbolica del suo mondo, un mondo nel quale tutto sembrava permesso, nel quale esistevano dei riti saldi e conosciuti (il calcetto, la scuola…) e aveva dei tempi che lui dettava. Tutto cambia dopo, nella percezione del protagonista. Nella nuova percezione del tempo, la vita va avanti e Leo può apprendere che, per affrontare il cambiamento, dovrà restaurare la stessa idea che aveva della sua vita.  Allora tutti i riti conosciuti acquistano un nuovo valore e anche con gli adulti è possibile costruire rapporti che neanche avrebbe immaginato. E il professore di filosofia diventerà non solo la persona da infastidire ma una delle persone più vicine al quale confidare i propri patemi. 

lnsomma, un libro molto bello e delicato sull’adolescenza. Ma in  generale sulla vita. Un libro che può costituire un ottimo spunto di discussione se condiviso tra genitori e figli. Un libro che consiglio anche agli adulti che vogliano avvicinarsi al mondo dell’adolescenza per ricordare come possono essere totalizzanti certe esperienze in quella fase della nostra vita. 

A presto…

Fabrizio

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Cos’è la psicoterapia?

Psicologia  Tagged , , , , 1 Commento »

Abbiamo già cercato di delineare cosa sia la psicoanalisi (Cos’è la psicoanalisi? pubblicato il 29.03.12) vediamo ora di cercare di caratterizzare meglio cosa sia la psicoterapia, in cosa si avvicini e in cosa si differenzi dalla psicanalisi.

Essenzialmente possiamo definire la psicoterapia come qualunque tipo di trattamento dei disturbi psichici, per via psicologica attraverso l’interazione verbale tra il terapeuta e il paziente. Più in particolare si tende a considerare psicoterapie i trattamenti psicologici alternativi alla psicanalisi. La differenza sostanziale sta nell’obbiettivo: nel corso degli ultimi cinquanta anni, considerato l’aumento di richiesta di trattamento psicoterapico in ampi strati sociali della popolazione, si è passati da una psicoterapia “non mirata” (la psicoanalisi) a psicoterapie ”mirate”. Mentre  la psicoanalisi non mira a eliminare il sintomo presentato dal paziente ma a modificare la struttura di fondo, risalendo all’infanzia ed elaborando le “fasi” di evoluzione della personalità, le psicoterapie, attualmente, mirano a eliminare il sintomo o il disturbo di personalità, “elaborandolo” e “spiegandolo con tecniche diverse. Data la maggiore focalità del trattamento la durata di una psicoterapia, di qualsiasi orientamento, è più breve delle terapie analitiche” (L. Cancrini, C. La Rosa, Il vaso di Pandora, Roma, Carocci, 1991 pag. 289).

Vediamo di analizzare meglio le somiglianze e le differenze delle due discipline. Innanzitutto il peso principale risiede nel transfert all’interno della relazione. Nella psicoanalisi il transfert ha una valenza che chiamerei più emozionale mentre nella psicoterapia assume un ruolo che definirei più relazionale. Nella psicoanalisi il transfert serve per far si che il paziente trovi presentificati, per così dire oggettivati, non solo le sue esperienze rimosse ma anche i suoi desideri e i suoi fantasmi inconsci. Se per il paziente il transfert si presenta come un sintomo per il terapeuta diviene, invece, il terreno privilegiato della terapia. Nello spazio del transfert, l’analizzato non solo rievoca ma anche rivive il rimosso (S. Vegetti Finzi, Storia della Psicoanalisi, Mondadori, Milano, 1986, pag 48-49)  Giocano un ruolo di scambio in entrambi gli approcci ma forse con una sfumature diverse. Nella psicoanalisi il transfert serve per rivivere nella psicoterapia per relazionarsi. Altro aspetto che mi preme sottolineare è che la psicoterapia sarebbe mirata mentre la psicoanalisi sarebbe più generale e riguarderebbe l’intera vita dell’individuo non concentrandosi, quindi, esclusivamente sul sintomo. Questa definizione è, secondo me, in parte da stemperare perché se è vero che la psicoterapia ha l’avvio dal trattamento di un determinato simbolo, è anche vero che da questo inizio possono prendere l’avvio terapie più ampie che possono anche durare di più nel tempo. Vero è che, comunque, genericamente la psicoterapia è temporalmente più breve rispetto alla psicoanalisi che può durare anche diversi anni. Un altro aspetto che possiamo prendere i considerazione è il ruolo del terapeuta all’interno della terapia. Nella psicoanalisi classica il terapeuta ha un ruolo di catalizzatore emotivo del paziente, un ruolo se vogliamo, passivo rispetto alla storia del paziente stesso. L’immagine classica è del paziente sdraiato con dietro il terapeuta che lo ascolta quasi in silenzio. Il ruolo del terapeuta all’interno della psicoterapia è più attivo, dal momento che il presupposto è che il terapeuta, entrando a far parte del sistema con il paziente, gioca con lui un ruolo all’interno del processo terapeutico. L’uso dei termini attivo e passivo non denota in nessun modo una differenza di ‘valore’ (è meglio uno rispetto all’altro approccio), quanto una differenziazione sostanziale sia del comportamento che delle premesse concettuali del rapporto tra terapeuta e paziente. Volendo riassumere i punti di differenza avremmo:

  1. L’uso del transfert;
  2. La durata della terapia;
  3. Maggior ampiezza del lavoro psicoanalitico;
  4. Diverso coinvolgimento del terapeuta. 
Come tutte le schematizzazione, anche questa, parziale, è solo esemplificativa. Un ultimo pensiero. Abbiamo sottolineato le differenza ma mi piace pensare che abbiano in comune il benessere della persona che si trova a dovervi ricorrere.
Che ne pensate?

 A presto…

Fabrizio

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Trasloco su Blog Therapy…

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Vi segnalo e vi invito a leggere l’intervista che il collega Enrico Maria Secci, autore e curatore di BlogTherapy ha pensato di fare a me e ai miei colleghi di blog Carla Sale Musio col suo blog Io non sono normale: IO AMO e Caterina Steri ed il suo Gocce di Psicoterapia. Se cliccate sui nomi dei vari blog, in arancio, sarete reindirizzati sui rispettivi lavori. Con una iniziativa lodevole per l‘intento di includere, Enrico ha pensato di proporre a tutti noi una sorta di intervista nell’ottica di costruire una rete tra coloro che si occupano di psicologia con blog sulla piattaforma di Tiscali. Le nostre risposte permetteranno alle persone che ci seguono così numerose di poterci conoscere meglio e conoscere meglio anche le ragioni che ci hanno spinto a creare, a seguire e a coltivare il nostro spazio virtuale nel quale cerchiamo di far crescere, con voci diverse, una maggiore consapevolezza e una maggiore attenzione verso la nostra professione e verso vari aspetti della vita e delle relazioni di ciascuno di noi. Come detto, ognuno declina il tema con le sue diverse sensibilità e con le sue diverse prospettive ma ciò che colpisce è la possibilità di aggregare queste diverse voci per aumentare una pluralità di pensiero che non solo manca ma che sembra addirittura disincentivata. Per questo l’iniziativa di Enrico mi sembra così importante.

Detto questo, vi segnalo appunto la mia intervista. Non conosco le date di pubblicazione degli altri interventi, quindi se volete conoscere quelle delle mie colleghe, vi invito a prestare attenzione a BlogTherapy. Naturalmente, spero che anche il promotore risponda alle domande e permetta ai suoi numerosi lettori di conoscerlo meglio.

Fatemi sapere che pensate di questa iniziativa!

 

A presto…

Fabrizio

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Quasi amici

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Vi parlo di un film che ho visto da poco al cinema. Si intitola Quasi amici ed è dei registi  Olivier Nakache e Éric Toledano (2011). Il film narra la vicenda di un ricco tetraplegico Philippe e del suo originale aiutante Driss. Fin dalle prime battute colpisce come il tema della disabilità sia affrontato con una vena ironica che la normalizza e la rende apparentemente più gestibile. Già dal primo incontro tra i due protagonisti capiamo come la possibilità di rapportarsi vada oltre gli stereotipi che entrambi potrebbero avere l’uno sull’altro. Da una parte il ricco Philippe, bloccato dentro ad un corpo che non gli consente di essere autonomo, che potrebbe avere tutto ma che non può fare assolutamente nulla senza che qualcuno lo aiuti, dall’altra Driss apparentemente libero di muoversi per il mondo come meglio crede, ma anche lui prigioniero, ad un altro livello, di stereotipi e pregiudizi di cui lui stesso è vittima nei suoi confronti. L’incontro viene fin da subito caratterizzato da una forte vena ironica, che permette all’inizio di sottolineare la distanza tra i due e la totale e completa diversità dei loro mondi di appartenenza. E la comicità di alcune scene è data da questa lontananza culturale e sociale: tanto Philippe è sofisticato ed abituato al bello, tanto Driss è pratico e concreto. La bellezza del film sta, secondo me, in una storia apparentemente semplice nel quale due mondi, lontanissimi, iniziano ad incontrarsi nel momento in cui tutti sembrano trattarsi non più come ‘ruoli’ ma come persone. Allora Driss non è il nullafacente che vuole solo l’assegno di disoccupazione, ma una persona vitale e attiva che riesce a relazionarsi con tutti e a parlare apertamente delle cose senza tanti giri di parole. E la sua non è mancanza di rispetto, è accettazione, forse totale, di tutti a partire da Philippe. Philippe, d’altro canto, non è solo il tetraplegico: è un uomo che aveva delle passioni (tra tutte il parapendio e le auto sportive), è un padre, è un vedovo, può innamorarsi. E così via questa ‘complessizzazione’ sembra coinvolgere tutti i protagonisti del film che, apparentemente monodimensionali e rispondenti ad un’unica caratteristica, iniziano a diventare, se ci prendiamo la briga di volerli conoscere, complessi e strutturati come neanche ci immaginavamo potessero essere. Un film apparentemente sull’handicap si trasforma velocemente nell’affresco di un mondo nel quale, non fermandosi a guardare le persone solo per come appaiono, si può recuperare tutta un’umanità, una solidarietà ed una vicinanza con l’altro. Un mondo nel quale le distanza sono soprattutto mentali e possono essere abbattute nel momento in cui invece di avere a che fare con l’idea dell’altro ci si relaziona con chi si ha di fronte. E solo nel momento in cui avviene questo che ci si può conoscere ed è un processo che coinvolge tutti i protagonisti del film: non solo Philippe e Driss, ma anche Yvonne, l’assistente personale di Philippe, il giardiniere che si lascia andare nel ballo organizzato nel giorno del compleanno di Philippe e così via. Tutti i personaggi escono dal ruolo che li caratterizzava nella nostra percezione e acquistano complessità, profondità, umanità. Non solo solo ‘l’handicappato’ o ‘il nero’ e quando ci accorgiamo di quello che sta succedendo siamo anche noi coinvolti nel processo di conoscenza dell’altro e non nella conoscenza dello stereotipo. L’aspetto che rimane può essere, allora, quello di considerare il fatto di provare a guardare alle persone per come le abbiamo davanti cercando di mettere a tacere tutte le semplificazioni che possono essere legate al ruolo o alla funzione di quella persona stessa. Forse è un percorso più difficile, ma potenzialmente molto più ripagante.

Insomma un film con un messaggio molto bello che vi consiglio di vedere. Fatemi sapere che ne pensate!

A presto…

Fabrizio

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Buona Pasqua (o buon qualsiasi cosa dobbiate fare…)

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Eccomi qua ad approfittare delle prossime feste per fare a tutti voi gli auguri di un’ottima Pasqua. Spero che sia un periodo di serenità o di riposo o di quello che avete deciso di fare in questi giorni! Approfitto dell’occasione per segnalarvi alcune novità del blog: innanzitutto la serie di link che potete trovare nella barra laterale a vari social network come Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn tramite i quali, accedendo, potrete una volta di più partecipare al nostro lavoro in base al network che preferite. Altra novità che vi anticipo e che vi presenterò meglio quando sarà pienamente attivata è la newsletter che permette di ricevere degli aggiornamenti tramite email. Come dicevo questa novità è ancora in costruzione e sarà illustrata meglio quando sarà pienamente operativa. Ultima novita è il sito: ho pensato di registrare il dominio www.lopsicologovirtuale.it. Potete cliccare sul link per andarci e vederlo direttamente. Coloro che seguono il blog possono continuare a seguirmi tranquillamente e non cambierà nulla. Il sito, costruito sulla stessa piattaforma del blog Tiscali e molto simile, per ora è pensato come una sorta di vetrina per illustrare tutto quello che sul blog siamo stati in grado di fare, di costruire e di argomentare. La homepage riporta infatti gli ultimi progetti nel quale sono impegnato insieme ad un post, già pubblicato sul blog, che cambia ogni pochi giorni. Ho pensato potesse essere un modo in più per far conoscere il nostro lavoro.

Non approfitto, invece, dell’occasione per ringraziarvi per l’affetto con cui mi seguite e per la serie di riscontri che sempre riuscite a rendermi, perché potrei diventare ripetitivo e l’ho fatto non molto tempo fa per il nostro primo compleanno. 

 

Quindi ancora auguri… 

A presto…

 Fabrizio

P.s. In realtà non avrei potuto tenermi neanche in quest’occasione: GRAZIE DI CUORE…

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Concerto o smartphone?

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L’articolo che volevo segnalarvi oggi riporta i primi risultati di quello che è uno studio in corso condotto dallo psicologo Ryan Howell dell’università di San Francisco. Lo studio cercava di tracciare una relazione tra il modo in cui si spendono i propri soldi e quanto e come le persone si sentano poi soddisfatte per questo tipo di spesa. E i risultati sembrano confermare il fatto che sia preferibile per la maggior parte dei partecipanti concedersi un ‘lusso esperienziale’ come può essere l’andare ad un concerto, o il fare un viaggio, piuttosto che comprarsi un oggetto nuovo, che sia uno smartphone o un capo d’abbigliamento. Questo, secondo l’articolo sarebbe dovuto al fatto che le «esperienze» (…) sono più gratificanti: forse perché se ne gode più a lungo e poi restano i ricordi, mentre invece quando si acquistano oggetti siamo contenti sul momento, ma poi la sensazione piacevole si affievolisce irrimediabilmente. In altri termini il piacere che associamo all’acquisto di un oggetto, per quanto desiderato esso sia, è più effimero rispetto all’acquisto di un esperienza nuova (un viaggio, un concerto, un film, un libro…) che invece rimarrebbero più saldamente legate alla nostra percezione e ci farebbero sentire meglio più a lungo. Credo che questa aspetto possa essere associato al maggior legame che sentiamo per quel tipo di esperienza. Se è vero che l’acquisto di un nuovo telefono possa essere gratificante, quel telefono stesso non entrerà mai a far parte di noi, rimarrà sempre un oggetto esterno per quanto possa essere bello e utile. Un’esperienza, che tra l’altro noi abbiamo in qualche modo cercato e voluto, e quindo scelto, entra invece a far parte stabilmente di noi, e in questo differisce dall’oggetto, nel momento in cui entra a far parte della nostra vita. L’autore ha cercato anche di tracciare una correlazione tra coloro che sarebbero propensi ad acquistare esperienze e coloro i quali invece sembrano preferire l’acquisto di oggetti. I risultati sono stati abbastanza incontrovertibili: Chi spende la maggior parte del reddito a sua disposizione in esperienze è più aperto ed estroverso – spiega lo psicologo –. Non è in effetti sorprendente, visto che viaggi, concerti, spettacoli teatrali sono di per sé eventi più “sociali” e contengono anche un elemento di “rischio” che i caratteri più chiusi non vogliono accollarsi. Il fatto che gli acquisti esperienziali siano più eventi sociali, seleziona in qualche misura il partecipante. Quindi sarebbe la presenza o meno di alcuni tratti di personalità che favorisce un certo tipo di acquisto piuttosto che un altro. Le persone che spendono più sul versante esperienziale, sarebbero in qualche modo caratterizzate da tratti di personalità più estroversi rispetto al secondo gruppo. Questo non è difficile da immaginare. Nel momento in cui una persona è più portata ad acquisire questo tipo di esperienze, esperienze che abbiano detto sono più di condivisione, più sociali, probabilmente già è più aperto rispetto al mondo esterno ed è già più disposto ad ‘accollarsi’ un’esperienza che dall’esterno si trasformerà in un’esperienza interna, che lo riempie di gratificazione. Le persone che non hanno questo tipo di tratto di personalità saranno, viceversa, più portate a preferire un’attività che non veda così coinvolto l’altro, e che non sia altrettanto intimamente coinvolgente. Ovviamente, queste sono categorizzazioni di massima che, se utili al fine dello studio, possono risultare riduttive se considerate esaustive. Lo studio è di per sé interessante perché credo che, in periodi di ‘crisi’ come il nostro forse potremmo, a prescindere dai tratti di personalità che possono essere presenti, riconsiderare la scala di valori tramite i quali facciamo un acquisto. E forse, pur non avendo l’ultimo modello di smartphone, potremmo notare come ci fa sentire appagati quel film che siamo andati a vedere.

L’articolo è del Corriere della Sera (12.03.12) ed è di Elena Meli.

Intanto il linkhttp://www.corriere.it/salute/12_marzo_16/shopping-esperienze-meli_7406a88c-5310-11e1-8f96-43ef75befe7d.shtml

Se voleste partecipare alla ricerca il sito su cui andare è www.beyondthepurchase.org (oltre l’acquisto). Il sito, purtroppo, è solo in inglese. 

Che ne pensate?

 A presto…

Fabrizio

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Cos’è la psicoanalisi?

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Mi sono reso conto che su questo blog continuo a parlare di psicanalisi e psicoterapia dando per scontato che ognuno di voi sappia quale può essere la differenza tra queste due discipline. Benchè fortemente imparentate, infatti la psicanalisi e la psicoterapia sono differenti tra loro, sia come approccio, che come conseguenze. Vorrei soffermarmi un momento sulla descrizione di queste somiglianze e di queste differenze. Ho diviso gli articoli in due parti per non annoiare coloro i quali non fossero interessati alla questione. Iniziamo dalla psicanalisi. Il termine stesso psicanalisi deriva dai termini greci psiche, anima e -analisi: analisi della mente. Il metodo si focalizza essenzialmente sull’analisi della mente, o sull’analisi delle istanze che tale mente muovono. Possiamo dire che il padre della psicanalisi è universalmente considerato Sigmund Freud (1856-1939), che la sistematizzò a cavallo tra l’800 e il ’900. Grazie alla sua teorizzazione Freud ipotizza e struttura la cosiddetta topografica freudiana della mente, che si articola attraverso tre livelli: l’inconscio, il preconscio e il conscio che saranno chiamati nell’ordine Es, SuperIo e Io. Senza entrare troppo nello specifico possiamo dire che l’inconscio è costituito da quei contenuti non accessibili alla coscienza, il super Io è l’insieme delle regole interiorizzate che costituiscono l’ideale verso cui ognuno di noi tende, mentre l’Io è l’istanza che ha a che fare con la percezione delle caratteristiche della nostra personalità cosciente. Freud immagina queste tre istanze in conflitto tra loro. Da questo aspetto conflittuale, nasce l’aggettivo che spesso accompagna il lavoro psicoanalitico: dinamico. Il modello freudiano, risentendo in parte dei modelli fisici che allora si stavano imponendo, è un modello che pone l’accento sui continui conflitti, con avanzamenti e retrocessioni delle istanze, che, in ultima analisi, sono causa dei sintomi che poi il paziente manifesta. 

Dopo questa brevissima introduzione, di cosa si occupa allora la psicanalisi e qual è il suo scopo? Diciamo che la psicoanalisi ha lo scopo di favorire la maturazione della personalità riprendendo il racconto la dove era stato interrotto. Si tratta di un’esperienza di maturazione e non di restaurazione: la psicoanalisi non procede con alcun programma calcolato a cui sottomettere il paziente in quanto ha come obiettivo il miglior sviluppo possibile della sua economia psichica. Il paziente è invitato a esprimere liberamente tutto ciò che pensa che sente. (…) Secondo Freud e la maggior parte delle scuole analitiche lo svolgimento completo dell’analisi è relativo allo sviluppo di una relazione tra il paziente e l’analisi (transert); l’analizzato percepisce all’interno della relazione terapeutica tutta una serie di situazioni affettive che replicano relazioni affettive e conflittuali della sua vita. Il transfert dunque (…) permette l’interpretazione da parte dell’analista, la presa di coscienza del significato da parte dell’analizzato e la conseguente riduzione della condotta nevrotica stessa. (L. Cancrini, C. La Rosa, Il vaso di Pandora, Roma, Carocci, 1991 pag. 286-288).

Come detto, la costruzione teorica freudiana è ben più complessa e articolata. Freud, tra i tanti meriti, ebbe quello di focalizzare l’attenzione sul rapporto che si instaura tra terapeuta e paziente, il transfert. Questo rapporto gioca un ruolo fondamentale nella costruzione della terapia perché, tramite la costruzione di ruoli  e situazioni affettive (in terapia) che replicano quelle della sua vita, il paziente può arrivare ad una maggiore comprensione di queste stesse situazioni affettive.  

Abbiamo appena iniziato a presentare una disciplina complessa come la psicoanalisi. I miei colleghi perdoneranno l’eccessiva semplificazione a fronte della maggior comprensione per tutti coloro i quali, pur interessandosi di questa materia, non sono addentro ad alcune questioni. Ci occuperemo in un altro post della psicoterapia cercando di evidenziarne le differenze con la psicoanalisi.

A presto…

Fabrizio

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